Durante il mio periodo formativo tante volte mi sono chiesto quale segno avrei dovuto aspettarmi dopo la predicazione per capire se la parola di Dio annunciata stesse crescendo o no nel cuore di quegli uomini affidati dalla provvidenza. Oggi a 18 anni dalla mia prima partenza in terra di missione sono convinto che l’unico vero frutto che mostra l’autenticità della missione è la stessa missione. La predicazione del Vangelo perché sia veritiera deve portare, in chi accoglie la parola, il desiderio impellente di annunciare quello stesso Vangelo.

Una comunità radunata nel nome di Cristo che non sente la spinta alla missione è un corpo senza vita e puzza di cadavere: portano esteriormente il nome di Gesù, ma non hanno niente a che fare con il suo Vangelo.

Le radici del nostro programma pastorale e della nostra azione quotidiana cercano di fondarsi su questa verità, ma non è semplice rimanere saldi e modellare l’apparato pastorale su questa certezza. Giù da queste parti l’emergenza umanitaria ti assalta, ti aggredisce violentemente e i suoi artigli sono talmente affilati che ti graffiano l’anima. La tentazione più grande è cercare di tamponare queste emergenze, dimenticandoci il motivo principale di tanta afflizione, la mancanza di speranza nei cuori di tante persone, le quali, per il raggiungimento di ambigui risultati, considerano la povertà una conseguenza necessaria nelle nostre società moderne.

Sembra banale, ma la realtà non è mai come ci appare, solo la pazienza nel guardare con occhi diversi può mostrarci come stanno veramente le cose. E’ Nei piccoli, nei poveri, negli esclusi e in chi è costretto a mettere, per tirare avanti, il suo corpo e i suoi sogni nel banco del consumismo, che risiede la salvezza dell’umanità. Loro, vittime eccellenti dell’egoismo, della sete di potere e dell’indifferenza, sono chiamati da Dio oggi, come allora i pastori e i maggi a Betlemme, a riconoscere il Salvatore del mondo.

Una missione cristiana che si riduce ad una raccolta fondi per tamponare l’emergenza umanitaria, ha già abortito nel suo ventre. La vera missione semina speranza nel cuore di coloro che la società dei benpensanti scarta. Quando questa speranza germinerà avrà il potere di cambiare il mondo, perché porta in sé la Forza e la Luce del Bambino che i pastori e i maggi hanno visto nella mangiatoia.

Quando con Suor Charline (suora del Getsemani) abbiamo deciso di preparare i ragazzi dell’FET (gioventù eucaristica) di Isifotra per sostenere noi sacerdoti in una parte delle tournée nel tempo natalizio, mai avrei pensato ad un tale coinvolgimento da considerarli veri e autentici missionari del Vangelo. Il video che abbiamo mandato come cartolina di Natale e che molti di voi avranno gia visto è solo un piccolo assaggio dell’entusiasmo e della forza che sono riusciti a scatenare nei villaggi visitati. E’ solo un seme, ma se si sa guardare, si può gia vedere nel seme una foresta che cresce. Ma lascio la parola a suor Charline che lei più di tutti ha faticato per preparare questi ragazzi ad essere apostoli di nostro Signore:

<< “Dov’è che state andando?” con questa domanda don Emanuele si è rivolto ai ragazzi dell’FTE di Isifotra durante la preghiera per l’invio missionario. con mia grande sorpresa tutti insieme e a voce piena hanno risposto: “stiamo andando ad Amboakitsy e a Morahariva per annunciare la Buona Notizia”. 

Lo stesso tema della missione “La condivisione della gioia” dava il passo della preparazione alla missione che prevedeva anche una recita dal titolo “la gioia del Vangelo”.

Realizzare l’Annuncio non è una cosa semplice in tutte le parti del mondo, specialmente qui, in una terra che ha dimenticato cosa significhi guardare al futuro e il solo stare nel presente costa una fatica immensa, ecco perché allora bisogna cercare il modo giusto.

Durante l’elaborazione del progetto l’entusiasmo dei ragazzi cresceva sempre di più, e questo agli occhi di un non malgascio potrebbe mostrarsi curioso perché infondo non c’è apparentemente nessuna differenza economica o sociale o umana tra i ragazzi dei villaggi vicini, eppure non vedevano l’ora di partire. Sapevano a cosa stavano andando incontro: grandi camminate, cibo scarso e magari dormire tutti insieme in una casa sgangherata. Non stavano andando a giocare o a partecipare ad un raduno.

Con grande Generosità e con prontezza, con gioia e pazienza hanno impegnato il loro tempo – normalmente dedicato ai campi, alla cura degli animali, ecc.- per preparare bene la missione. Tra di loro non ho mai visto rivalità, anzi si aiutavano reciprocamente. Sapevano che solo collaborando il loro lavoro poteva portare frutto.

La mattina del 23 dicembre prima di partire hanno partecipato alle grandi pulizie della chiesa e subito dopo aver pregato e aver ricevuto il mandato… via! in viaggio per questa loro prima missione. in tutte e due i villaggi Hanno visitato le famiglie, pregato con loro, si sono incontrati con i loro coetanei, coinvolgendoli nell’animazione liturgica e in altre attività e poi, per tutto il villaggio, hanno presentato la recita di Natale. Alla fine ognuno ha condiviso con le persone presenti quelle piccole cose che aveva portato con se, chi caramelle, chi biscotti, ecc.

al ritorno, come gli apostoli, ognuno ha condiviso la sua gioia con le persone che incontrava per strada: “siamo ancora ragazzi però ci anno accolto con amore e rispetto” dice uno; “veramente bello”, dicono altri, “poter condividere con altre persone le cose che ho portato con me. Alla prossima cercherò di fare ancora di più”; “mi è piaciuto andare”, dice un altro ancora, “per portare gioia ai miei coetanei di un altro villaggio”. “sono pronto a rifarlo”, dicono tutti, “anche se devo camminare molto”. 

La gioia del vangelo si realizza nella vita di ognuno di noi nell’incontro con Gesù e nella condivisione con gli altri, in modo particolare con i piccoli e i poveri…

don Emanuele e Suor Charline

3 Risposte

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    Io non trovo le parole per un commento… quelle che mi vengono in mente mi sembrano vuote. No, non trovo parole, solo emozione.

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